Zona Plaid

10/24/2011

La prima volta che ho visto i Plaid dal vivo non li conoscevo troppo bene, conoscevo alcuni pezzi di un album. Li vidi al vecchio Link a Bologna, quello dietro la stazione che aveva ancora l’aspetto di uno squat e non un parallelepipedo grigio come è ora. La cosa che mi piacque da matti fù la dinamica dell’impianto sui bassi, gente saggia li dentro. La seconda volta li vidi a Perugia, non mi ricordo in quale festival, ma era a gratis. Ricordo una performance un po’ moscia probabilmente dovuto allo scarso apprezzamento del pubblico capitato li per caso. Ricordo chiaramente io impalato davanti la transenna, a fine concerto, sperando nei bis. Praticamente la stessa cosa che stava facendo un perfetto sconosciuto accanto a me, al che gli dissi “mi sa che i bis non li fanno” e questo tale sbotto “a Perugia solo il jazz si meritano” e se ne andò. Li rividi anche a Fano, all’interno di quello che fu “Il Violino e la Selce” insieme ai Mouse on Mars ma, non so perchè, non ho ricordi vividi di quella serata. Li vidi anche qualche anno fa a Carpi, all’interno del festival CTRL+C, festival in cui suonai anche io. All’interno del teatro ma anche li senza botta di entusiasmo datami dalla prima visione.

Il Plaid in fondo sono così, bassi profondi e rotondissimi e vai di melodie di robette riverberate, non sono i preset dei plugin di qualche sequencer, roba ricercata al limite del maniacali, ed è roba che va ascoltata in cuffie per sentire le sinfonie synth che passano da un canale all’altro. L’album si apre con un pezzo (“Missing”) quasi barocco, una chitarra acustica (ma sicuramente ricreata con qualche sortilegio a base di synth e plugin) che, se proprio vogliamo, fa un po’ il verso ad alcune cose di Aphex Twin, ma poi i dubbi si dileguano subito appena si riconoscono, palesemente, le progressioni in mezzo alle scale tipiche dei Plaid. Il secondo (“Eye Robot”) pezzo sembra un po’ uscire dai canoni, rilanciando synth fatti di motoseghe e flessbili cari agli ultimi Pan Sonic. “Scintilli”, così si chiama l’album, continua poi con diversi brani quasi da manuale, per i Plaid intendo. E ci finisce in mezzo anche un pezzo d’atmosfera (“Tender Hooks”) in bilico tra malinconia e in quei momenti dei film in cui piangi ma perchè sei felice. Scorrendo avanti troviamo anche “Sömnl” in cui viene espletato ampiamente il concetto di rotondità del suono. Fino ad arrivare al pezzo capolavoro dell’album: “Founded”. Melodie interminabili su un basso (sempre rotondo si intende) incalzante. Si sente anche il tipico strusciare del barre sulle corde di una chitarra acustica, senza riuscire a capire se sia una chitarra vera oppure campionamenti precisi messi qua e la. E via di voce femminile eterea che sembra cantare qualcosa ma non si capisce niente del testo ma è talmente eterea che forse è un synth invece che una vera voce. “35 Summer” suona come un carrillon fatto di circuiti elettronici analogici, e se vogliamo fare del name dropping, per capire i riferimenti, si potrebbero scomodare i Chemical Brothers e la colonna sonora del film “Hanna”. “At Last”, come da titolo, chiude l’album in maniera forse un po’ inusuale dai ritmi magrebini.

 

Tra l’altro scopro solo ora che mi mancano ben due album per completarmi la discografia essenzale.

 

One Response to Zona Plaid

  1. [...] innamorato dei Plaid la prima volta che li ho visti dal vivo. Ne ho già parlato approfonditamente qua appena uscito, con un un post dal titolo alquanto spiritoso, quindi evito di [...]

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